Borsellino. Strage Via D’Amelio

Strage Via D’Amelio

La famiglia Borsellino controllata a vista durante le indagini

Fonte: euronews

Sono passati 27 anni dalla strage di Via Mariano D’Amelio a Palermo, la strage che ha falciato la vita del giudice Paolo Borsellino e quelle della sua scorta (a eccezione che per un agente sopravvissuto, Antonio Vullo): i cinque agenti Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. È il 19 luglio del 1992 e a 57 giorni dalla strage di Capaci, alle 16.58 un’autobomba mette fine all’ultimo baluardo contro la mafia.

Oltre al fumo, le lamiere, i corpi a brandelli, sul luogo macabro quel giorno c’erano anche persone estranee ai mafiosi. È il nodo di tutto, non soltanto attinente alla presenza fisica di altri complici estranei al mondo mafioso, ma anche al ruolo avuto come mandanti altri nella strage. È il punto intorno al quale girano diversi casi di “mafia”. Ne abbiamo parlato con il giornalista Giuseppe Lo Bianco, autore insieme a Sandra Rizza del libro appena edito da Chiarelettere “Depistato” e all’avvocato Fabio Repici, legale di Salvatore Borsellino, fratello del giudice.

Guarda l’intervista a Luca Tescaroli “Un atto terroristico eversivo in una strategia più ampia”

Nel loro libro Lo Bianco e Rizza scrivono che “Sicuramente un elemento nuovo è contenuto in una deposizione dell’ex funzionario di polizia Gioacchino Genchi che in una deposizione da lui resa nel gennaio di quest’anno ha parlato di una sorta di controllo scientifico – così lo ha definito – nei confronti della famiglia Borsellino da parte del Viminale”.

“Si studiavano le mosse e gli accorgimenti, si individuò un sacerdote, padre Bucaro (già fondatore del Centro Paolo Borsellino e oggi direttore dei Beni culturali della Diocesi di Palermo nda), si finanziò con centinaia di milioni uno pseudo centro dove poi tutta la contabilità sparì dagli hard disk, e questo prete tallonava la signora Borsellino. Il prefetto Rossi (Luigi nda), attraverso padre Bucaro, mantiene il controllo e una sorta di ibernazione della famiglia Borsellino affinché non potesse nuocere alla gestione che continuava a fare. Perché era chiaro che la famiglia Borsellino non poteva tollerare La Barbera”.

Si scopre infatti, leggendo e ascoltando l’udienza di Genchi, che Arnaldo La Barbera deceduto nel 2002 era succube del prefetto Luigi Rossi.

Guarda il video “La pista americana su Capaci”

L’avvocato Fabio Repici, che sin dal 1998 si occupa di processi che hanno attraversato, modificandoli, gli anni della prima Repubblica (il caso Attilio Manca, quello di Graziella Campagna, l’omicidio del giornalista Beppe Alfano, il delitto del magistrato Bruno Caccia per citarne solo alcuni) fa un discorso molto chiaro sulla questione dei mandanti esterni (e nel video è possibile vedere scorrere la documentazione a conferma delle parole del legale).

Elementi veri ed elementi falsi sono stati sapientemente mescolati ma “il punto vero nel depistaggio operato attraverso la manipolazione del pentito Vincenzo Scarantino si va a individuare nella sapiente estromissione durante le deposizioni, dei personaggi che avevano un ruolo altro all’interno di Cosa Nostra, con legami diretti con forze dell’ordine e servizi segreti, il ruolo specifico cioè di mantenere dei rapporti con loro”.

I racconti che stridono gli uni con gli altri si sono moltiplicati in questi anni di mezze verità e processi nuovamente istruiti, uno su tutti resta a scolpire la vicenda intera. Si tratta della conferenza stampa indetta dall’allora pool di Caltanissetta, guidato dal procuratore ormai defunto Giovanni Tinebra, del 19 luglio 1994. Il magistrato Ilda Boccassini, tra i convenuti, esprimerà parole chiare di soddisfazione lodando l’intero pool e gli investigatori (riferendosi dunque anche a coloro che oggi sono imputati in un processo apposito, i tre poliziotti – Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo – ex appartenenti del gruppo Falcone-Borsellino, che indagò sull’attentato: l’accusa è di calunnia aggravata dall’aver favorito Cosa nostra).

Al minuto 12 dell’audio su Radio Radicale: “A questo punto però va detto che il lavoro di questa procura è stato possibile perché come diceva il procuratore Tinebra, tutti i pezzi dello stato si sono compattati” (…) E poi afferma: “I collaboratori di giustizia sono una realtà essenziale di questo paese, lo ha dimostrato ancora una volta l’indagine sulla morte di Paolo Borsellino, ma è arrivata ripeto perché vi erano già delle indagini che hanno consentito di valutare appieno quello che Scarantino Vincenzo ci diceva”.

È una affermazione che riletta oggi non solo fa l’effetto del rumore sordo del metallo che stride ma fa riflettere su un dato: le indagini e le deposizioni sommate ad arte per arrivare a un risultato che è poi stato smentito dal pentito Spatuzza e dai riscontri che questi ha potuto fornire. E in realtà anche Salvatore La Barbera (stesso cognome del superpoliziotto ma non parente) all’epoca dirigente della sezione.


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