L'Ora Siciliana

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Il teatro più vicino alle stelle

C’era una volta a Enna
il Teatro “più vicino alle stelle”.

di Angelo Severino ©

La sua origine è così tanta antica che non si conosce, nemmeno per approssimazione, la data della sua costruzione e Strabone lo ripone fra le più belle fortezze della Sicilia. Questo è il famoso Castello di Lombardia di Enna. Questo è il luogo meraviglioso da dove Proserpina con le sue ancelle «muoveva sovente il passo per i campi profumati di Enna a raccogliere fiori e a carezzare le biade sacre alla madre Cerere, innamorando il dio dell’Inferno che la trasse con sé ai furtivi amori».

Fino a qualche tempo fa, quando si parlava o si scriveva sul Castello di Lombardia, lo si conosceva anche come il “Teatro più vicino alle stelle” e indimenticabili furono le “Grandi Stagioni Liriche”: La Boheme, La Gioconda, Il Barbiere di Siviglia, La Forza del Destino…

Era nell’autunno del lontano 1936 quando il poeta Gigi Macchi, Paolo Savoca, l’avv. Antonino Livoti si recarono al Castello. Li accompagnava Stella Roman, artista rumena e meglio conosciuta come la “Tosca” di quella stagione. «E nel Castello, allora luogo di pena, – ebbe a ricordare l’avv. Livoti – echeggiarono stupendi e cristallini i gorgheggi di quella bella voce, dando a noi la conferma che ansiosamente attendevamo. La risonanza, premessa e condizione di ogni iniziativa del genere, era perfetta».

Da quel momento non si ebbero più soste e non si conobbero ostacoli, se non per superarli. Furono sollecitate le autorità competenti affinché il Castello innanzitutto non includesse più l’allora carcere di Enna. Poi fu rimossa la roccia e asportato il terriccio del primo cortile e, quando nel ‘38 i lavori furono ultimati e il sogno finalmente realizzato, il “Teatro dei seimila” si riempì di pubblico delle grandi occasioni. Ci fu tanta emozione fra i presenti nel momento in cui la bacchetta del Maestro Armani si mosse per dare inizio alle prime note dell’Aida.

In pochi anni il Teatro ennese fu apprezzato in campo nazionale a tal punto da ottenere un sussidio straordinario governativo per le strutture definitive in muratura e per un più razionale adattamento della platea, delle gradinate e dei servizi. «I lavori furono subito iniziati – ed è sempre l’avv. Livoti a dirlo – su progetto dell’architetto Vincenzo Nicoletti, il quale, come già aveva fatto per la Fontana del Ratto di Proserpina, volle prestare con assoluto disinteresse l’opera sua». Ma il teatro, così rinnovato, non poté essere inaugurato per la guerra in corso in quell’anno.

Terminato il conflitto, furono subito predisposti, fra le tante difficoltà del dopoguerra, i lavori di restauro e di miglioramento per il teatro e quando furono completati, ancora una volta la vasta platea si riempì totalmente. «L’abbiamo visto fermo ai suoi posti in certe serate ecce-zionalmente rigide – annotò ancora il Livoti a proposito del numeroso pubblico – e non si è allontanato né tanto meno ha disturbato anche quando, ancora più eccezionalmente, folate di nebbia hanno invaso e velato il palcoscenico, confuso le luci, lasciato isolata la bacchetta del Maestro che, con una trasparenza diafana, sembrava evocasse suoni e canti da un mondo sconosciuto e quasi irreale».

Oggi, del “Teatro dei seimila”, del “Teatro più vicino alle stelle”, non si conosce quasi più nulla; non ci resta che un suo vago ricordo, uno di quei tanti bei ricordi del tempo che fu. «A noi basta la certezza – dicevano con vanto i nostri padri – che il Castello di Lombardia, illuminato di tutte le sue luci, sia una fiaccola di civiltà che si accende. Spetterà agli uomini di domani, ai giovani, la responsabilità e anche l’onore di impedire che si spenga». Purtroppo questa fiaccola di civiltà noi oggi l’abbiamo spenta!

Pubblicato su L’Ora Siciliana n. 2 (Maggio 2015) Scarica il pdf

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