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Fantina. Garibaldini uccisi da soldati piemontesi

Eccidio Fantina

L’eccidio diFantina.
Garibaldini uccisi da soldati piemontesi

di Angelo Severino ©
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La storiografia ufficiale sul periodo del Risorgimento in Sicilia (ma anche in Italia) non è come la studiamo nei libri di scuola. La cosiddetta unità d’Italia fu anche tragedia. Fu anche scontro fra italiani e gli stessi garibaldini italiani. Fu l’annessione forzata della Sicilia e del Sud al Regno del Piemonte che, come scrisse il generale Enrico Cialdini al re, produsse
“8968 fucilati, tra cui 64 preti e 22 frati; 10604 feriti; 7112 prigionieri; 918 case bruciate; 6 paesi interamente arsi”.
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Abbiamo pubblicato articoli su Garibaldi Giuseppe e abbiamo ricordato e scritto sulla strage di Bronte avvenuta il 10 agosto 1860 quando Bixio, con un processo sommario, fece fucilare 16 persone ritenute sovversive. Quello che vi raccontiamo ora è la cronaca di ciò che avvenne nel paesino di Fantina (nelle vicinanze di Novara di Sicilia nel Messinese) il 3 settembre 1862.

L’episodio, meglio conosciuto come “l’eccidio di Fantina” si verificò sei giorni dopo che Garibaldi fu ferito sull’Aspromonte dai bersaglieri del generale Pallavicini che aveva avuto l’ordine perentorio da Vittorio Emanuele II di bloccare l’avanzata verso Roma del nizzardo per conquistarla. Da quel momento alle truppe sabaude fu comandato di rintracciare e catturare ogni garibaldino e considerarlo un traditore. Furono in quasi duemila quelli che vennero scovati e arrestati insieme ad altri soldati che avevano precedentemente abbandonato i loro reparti per unirsi a Garibaldi.

A divulgare per primo la notizia dell’infame misfatto piemontese consumatosi a Fantina fu un giornale di Genova che nella primavera del 1865 anticipò di pochi giorni ciò che avrebbe poi scritto Giuseppe Bennici nel suo libro. Riferendosi all’eccidio di Fantina, egli affermò: “Finché non ebbi documenti in mano, io stentai a prestar fede ai primi racconti; perché giammai non avrei creduto potersi in Italia, in pieno secolo decimonono, fra tanto vanto, consumare una così nera scelleraggine”.

I giorni precedenti all’eccidio di Fantina

Era la sera del 2 settembre 1862, quando un battaglione del 47° fanteria comandato dal maggiore piemontese Giuseppe De Villata, proveniente dall’esercito austriaco, sorprendeva e faceva prigionieri una cinquantina di volontari garibaldini sbandati appartenenti alla colonna del maggiore Carlo Trasselli di Palermo, arrivati nelle vicinanze di Fantina stressati dalla fame e dalla sete. Avendo saputo della catastrofe dell’Aspromonte, cercavano di raggiungere il municipio per deporre le armi e quindi sciogliersi.

Il ferimento e l’arresto di Garibaldi sull’Aspromonte avevano profondamente amareggiato quei giovani garibaldini che, per mancanza di spazio, non essendosi potuto imbarcare con lui per la Calabria e che ora erano braccati dal generale Cialdini, il quale con un decreto del 31 agosto aveva invitato i soldati del re a considerare e a trattare come briganti i garibaldini che non si fossero costituiti all’autorità militare entro cinque giorni.

I fuggitivi, bussando alle loro porte, riuscivano dai contadini della zona a procurarsi qualche pezzo di pane e un bicchiere d’acqua per ristorarsi un po’. Sorpresi però dalle regie truppe mentre dormivano nel pieno della notte, senza fare resistenza, furono fatti quasi tutti prigionieri di guerra mentre alcuni scapparono e si allontanarono dalla borgata. Condotti da De Villata, questi esclamò se fra loro vi fossero dei disertori. In sette si fecero avanti, essendo stati prima incoraggiati dal maggiore Trasselli a dichiararsi tali per essere perdonati e aver salva la vita.

Ma le cose non andarono come aveva promesso il loro comandante. Violando ogni codice penale militare di guerra, senza alcun processo, senza rispetto per la vita umana, senza pietà cristiana De Villata ordinò al capitano Rossi di eseguire subito la fucilazione che venne effettuata lungo la riva di un torrente del paese. Furono concessi soltanto dieci minuti da dedicare alla preghiera prima di essere sparati. Non avrebbero temuto la morte battendosi sul campo di battaglia contro il nemico ma ora non riuscivano a rassegnarsi nel sapere di dover morire trafitti da pallottole fraterne.

Cialdini e strage Fantina
Il sabaudo De Villata, iena assetata di sangue

A nulla valsero le grida e le proteste dei condannati alla fucilazione per aver riconosciuto almeno il diritto di un processo. A nulla valsero le suppliche del sergente dei bersaglieri Costante Bianchi di Graffignana per poter almeno scrivere due righe alla madre prima di essere giustiziato. Negandogli il permesso, il maggiore piemontese Giuseppe De Villata urlò: «Ai briganti non va concesso niente! Meritate solo piombo nello stomaco!». E poi ancora schiaffeggiò fortemente il bersagliere Giovanni Botteri di Parma che in questo sbigottimento teneva ancora il mozzo di un sigaro in bocca, facendoglielo cadere a terra.

Senza alcuna pietà, il vile De Villata negò anche al caporale dei bersaglieri Giovanni Balestra di Roma di scrivere alla propria madre prima di essere giustiziato. Il giovane bersagliere lo aveva supplicato con queste parole: «Io non sono né traditore né brigante. Ho solo seguito Garibaldi perché Vittorio Emanuele fosse re d’Italia in Campidoglio».

Per la tanta paura, non riuscì ad aprir bocca un certo Grazioli di Milano che non era un militare ma che fu trattato come se lo fosse, sol perché trovato con le piume da bersagliere sul cappello e per questo doveva essere fucilato. Fucilati furono anche i giovani bersaglieri Giovanni Pensieri di Pavia, Giovanni Ceretti di Rovigo e Della Morna.

Il garibaldino Augusto Cesasini di Parma, riuscendoci, cercò di salvarsi la vita con queste parole: «Io non sono un soldato ma un vivandiere dei bersaglieri; li seguivo vendendo acquavite e sigari per guadagnarmi un pezzo di pane. Mi sono presentato sperando che come militare sarei stato meglio accolto. Ma non sono un militare. Io non temo la morte, ma voi forse un giorno vi pentirete di aver assassinato un innocente».

Allontanatosi dai dichiarati disertori, Cerasini sentì lo scoppio dei fucili sparare sui commilitoni e li vide stramazzare a terra. Pur colpito due volte ala braccio, il giovane Botteri era ancora in vita ma, perché svenuto e per la quantità di sangue vicino a lui, fu creduto defunto e rimase tutta la notte vicino ai suoi compagni fucilati. Il vile piemontese sabaudo De Villata, avendo sentito in lontananza qualcuno che si lamentava e chiedeva aiuto, preceduto da un soldato con la lanterna accesa e accompagnato dal medico del battaglione, si mise a perlustrare la zona per vedere se fra i cespugli vi fossero altri disertori nascosti.

Uditi i gemiti e scoperto dove Bianchi era nascosto, come una iena assetata di sangue, ordinò che lo si uccidesse. Inutile furono i tentativi, anche da parte del medico, per salvargli la vita. Venti fucilieri gli spararono a bruciapelo “tanto che la testa – come scrive Giuseppe Bennici nel suo libro – rimase abbruciata e sfigurata in guisa da parere un decollato”.

Ma la crudeltà fu tanta anche dopo l’eccidio. L’implacabile criminale De Villata ordinò che i morti fossero spogliati perché li voleva bruciare dicendo che «le ceneri dei traditori meritano di essere disperse ai quattro venti». Al quel malvagio proponimento si opposero gli abitanti della zona che mandarono il sindaco a supplicare la iena sabauda affinché i cadaveri fossero cristianamente sepolti in una chiesa. Fu un’impresa molto difficile ma «alla fine si è tolto – come esclamò un testimone – il piacere a quel mostro di vedere abbruciare quelle gloriose salme». I garibaldini, dopo che le loro salme furono comprate per essere tolte ai piemontesi, ebbero così degna sepoltura sotto il sagrato della chiesa Maria SS. Della Provvidenza.

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