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L’asino di Capizzi, ovvero Frate Bonaventura Battaglia

L'asino di Capizzi

L’asino di Capizzi,
ovvero Frate Bonaventura Battaglia

Frate Bonaventura Battaglia di Capizzi nacque a Capizzi nel 1552 e morì a Castelvetrano il 10 luglio 1618. Era un “frate di cerca” e svolgeva i compiti più umili come spazzare, cucinare, zappare l’orto e andare alla cerca delle cose necessarie per il convento. Quindi, da considerarsi come un asino e soprannominato “L’asino di Capizzi”.

Furono tanti e continui i miracoli che il Signore operava per i meriti di Frate Bonaventura: a Capizzi, Nicosia, Enna, Piazza Armerina, Caltanissetta, Castelvetrano e Trapani.

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Le penitenze, le orazioni e le vigilie
di Frate Bonaventura Battaglia

Tratto dal libro “Storia di Capizzi e suoi Santi”
di Francesco Sarra Minichello ©

Altre info in www.facebook.com/collana.libri.storie.sicilia

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Il frate conduceva una vita austera e praticava azioni penitenziali. La gente che lo vedeva e lo ascoltava si stupiva e si meravigliava del modo in cui riusciva a sopportare certi obblighi che si imponeva: mangiava solamente una volta al giorno, un poco di pane, acqua e verdure dell’orto; non beveva mai vino, né mangiava mai carne tranne se era comandato dai superiori.

Mangiava i tozzi di pane rimasti nella mensa solo per amore della santa povertà. Tutta la verdura da buttare perché andata a male veniva raccolta e mangiata dal frate con molta devozione e ansietà. Non assaggiava mai cibi che alcune volte gli davano i devoti del convento o quanto veniva apparecchiato in cucina.

E cosa dire del suo modo di vestire inimitabile? Andava sempre coperto, fino alle ginocchia, di una veste pungente e ruvida con nodi, che portava a contatto della nuda pelle per mortificarsi volontariamente il corpo. Di questi abiti in cilicio ne possedeva due, per avere così sempre pronto il ricambio, ed entrambi erano rappezzati e intessuti di peli di bue. Il frate lo si vedeva compiere il suo abituale ufficio con il medesimo vestito, e portare al di sotto di questo, cinte nel mezzo, due grosse catene di ferro.

Asino di Capizzi

Camminava sempre a piedi scalzi, anche quando coltivava l’orto, provando così immenso dolore vista la frigidità della terra: queste abitudini gli causavano profonde ferite ai piedi tanto che molte volte aveva bisogno di andare da un calzolaio a farsele cucire. Altre volte le ferite erano tali che con fervido coraggio se le cuciva lui stesso con dei grossi filamenti di canapa. Non era difficile vedere sorgere sangue dai piedi di frate Bonaventura.

Un giorno il frate assieme ad un altro confrate, furono mandati a cercare cose necessarie per il convento. Durante il cammino si ritrovarono a passare sopra un cespuglio spinoso. Il compagno del frate, allora, vedendolo scalzo gli diede gli zoccoli, ma egli rifiutando rispose: «Che patirò dunque per amore di Cristo!» e così passò le spine.

Il frate dormiva quasi sempre sulla nuda terra o utilizzando come materasso una stuoia di giunchi e come guanciale un pezzo di legno. Altre volte dormiva seduto così raccolto che era necessario che si svegliasse subito, per non rischiare di cadere. Si coricava abitualmente verso le due di notte dopo aver pregato innanzi al Santissimo Sacramento.

Non aveva una cella propria, dormiva in quella che trovava disabitata. Si percuoteva ogni notte con delle asprissime catene e molto spesso con certe rotelle di ferro dalle punte acutissime, fino all’effusione di sangue. Alcune volte si legava alle gambe delle spugne pungenti che quando saltava gli si conficcavano nella carne causandogli fuoruscita di sangue e molto dolore.

Il suo lavoro principale era quello di ortolano del convento. Teneva legata al manico della zappa una piccola coroncina del Rosario che recitava mentre coltivava la terra. Si comunicava ogni sabato e orava quasi sempre durante l’arco della giornata. Aveva ricevuto da Dio il dono delle lacrime. In modo particolare nelle orazioni nei giorni in cui riceveva il Santissimo Sacramento, gli occhi di Frate Bonaventura diventavano due fontane di lacrime.

 

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