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Sicilia. Quella del 1848 fu una rivoluzione vera
e a grandissima partecipazione popolare

di Giuseppe Scianò ©

La grande rivoluzione indipendentista siciliana ebbe inizio il 12 gennaio del 1848 a Palermo nella Piazza della Fiera Vecchia (oggi Piazza della Rivoluzione). Quella rivoluzione, lungamente preparata nelle modalità di svolgimento e nei contenuti ideologici e politico-istituzionali, fu la prima delle grandi rivoluzioni che sarebbero esplose, via via, nel corso dell’anno, in tutta Europa. E fu anche la rivoluzione meglio riuscita. Ci sembra doveroso parlarne, sia pure per sommi capi.

Quella del 1848 fu una rivoluzione vera e a grandissima partecipazione popolare. In tempi brevissimi fu convocato il Parlamento Siciliano con le modalità fissate dalla Costituzione del 1812. Questa fu, poi, rielaborata e diventò la Costituzione più moderna e più democratica del secolo XIX. Fu, altresì, dichiarata decaduta la dinastia regnante (quella dei Borbone delle Due Sicilie) e furono solennemente proclamate l’indipendenza e la sovranità della Sicilia. Con grandi sacrifici fu costituito un esercito siciliano e si iniziò a costituire una flotta militare. Furono organizzate anche, e in tutta quanta la Sicilia, milizie popolari e squadre di volontari. Insomma, il Popolo Siciliano dimostrò di avere consapevolezza dei propri diritti e della propria specifica identità nazionale. E lo dimostrò lottando eroicamente.

Ruggero Settimo, che in quell’occasione era stato proclamato “Padre della Patria”, fu il capo carismatico di quella rivoluzione e fu affiancato da uomini politici che ben rappresentarono, in quel momento, le esigenze della risorta Nazione Siciliana. Come già era avvenuto nelle precedenti iniziative rivoluzionarie indipendentiste (si pensi ai moti del 1820-1821), la più grande potenza dell’epoca, la Gran Bretagna, che aveva già in corso di attuare il progetto dell’Unità d’Italia, era favorevole alla lotta contro la dinastia Borbonica ma era contraria all’assoluta indipendenza della Sicilia. Il progetto britannico era, infatti, quello di realizzare uno Stato italiano unico, monolitico e che andasse dalle Alpi al centro del Mediterraneo. Non era consentita, dunque, dal “Leone Britannico” neppure l’indipendenza del rinato Stato Siciliano. Da qui, l’incoraggiamento inglese a Ferdinando II nell’azione di riconquista della Sicilia.

Contro l’indipendenza della Sicilia, com’è noto, si era schierato, in Italia e prima degli altri, il Regno Sabaudo (nome ufficiale: Regno di Sardegna; di fatto: Regno del Piemonte). E ciò, nonostante la strana circostanza che, seppure per una serie di equivoci, il Parlamento Siciliano avesse deliberato di offrire la corona del “Regno di Sicilia” al fratello di Vittorio Emanuele II, (Ferdinando) Alberto Amedeo. Decisione avventata, questa, che non avrebbe avuto, però, alcun seguito, né sarebbe stata mai accettata dall’interessato.

Sicilia. La rivoluzione del 1848

Nel corso del 1848, peraltro, era in pieno svolgimento la cosiddetta “Prima Guerra d’Indipendenza contro l’Austria” che aveva posto in brutte acque l’armata “sabaudo-piemontese”, guidata, prima, da Carlo Alberto e poi da Vittorio Emanuele II. Ma contrari all’indipendenza della Sicilia erano tutti gli esponenti principali del Liberalismo unitario italiano (Repubblicani o Monarchici che fossero). E fortemente contrari erano pure la casta militare filo-piemontese e i Liberali della parte continentale del Regno delle Due Sicilie, tutti unitari, filo-sabaudi e obbedienti alla Massoneria filo-inglese, nonché al progetto “unitarista” del Governo di Londra. Si pensi che Ferdinando II, nel momento stesso in cui aveva emanato il cosiddetto “Ultimatum di Gaeta” (che preludeva alla spedizione punitiva contro la Sicilia) era stato salutato unanimemente come «Salvatore dell’Unità d’Italia».

La vicenda indipendentista del biennio 1848-1849 è un precedente, storico e politico, ancora oggi valido e attuale. E non solo per comprendere l’importanza della Questione Siciliana e il senso della “Specialità” dello Statuto di Autonomia, oggi vanificati l’una e l’altra. Ed è, nel ricordare quel periodo, un’occasione per riaffermare il diritto all’autodeterminazione e all’indipendenza del Popolo Siciliano, della Nazione Siciliana.

Ad abundantiam, riportiamo il testo dell’art. 2 della Costituzione Siciliana del 1848 che, appunto, recita:

«LA SICILIA SARÀ SEMPRE STATO INDIPENDENTE. IL RE DEI SICILIANI NON POTRÀ REGNARE O GOVERNARE SU VERUN ALTRO PAESE. CIÒ AVVENENDO SARÀ DECADUTO IPSO FACTO. LA SOLA ACCETTAZIONE DI UN ALTRO PRINCIPATO O GOVERNO LO FARÀ INCORRERE IPSO FACTO NELLA DECADENZA».

Un altro “fatto” che dovrebbe farci meditare, quantomeno, sulla esigenza del recupero della propria memoria storica da parte del Popolo Siciliano, è un episodio che riguarda il ruolo di Ruggero Settimo che, com’è noto, aveva ricoperto, a tutti gli effetti, le funzioni di Capo dello Stato Siciliano (del Regno di Sicilia, per l’esattezza). Per completare il quadro, ricordiamo che, quando il 26 settembre del 1849 Ruggero Settimo, ospite della nave inglese “Bull Dog”, arriva, in volontario esilio, nell’isola di Malta, trova tutte le navi alla fonda nel porto de La Valletta in gran pavese e le autorità inglesi che lo ricevono con tutti gli onori e il protocollo riservati ai capi di Stato. Lo Stato Siciliano, appunto.

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