L'Ora Siciliana

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1848 l’anno della Rivoluzione in Sicilia

1848 e la rivoluzione siciliana

La rivoluzione indipendentista del 1848

Lo Stato Siciliano fu guidato da Ruggero Settimo,
proclamato “Padre della Patria Siciliana”
e “Presidente del Consiglio del Regno di Sicilia”

di Giuseppe Scianò ©

La “rivoluzione indipendentista siciliana”, esplosa a Palermo il 12 gennaio del 1848 e diffusasi in tutta la Sicilia, manca di iniziative e di sensibilità da parte delle istituzioni siciliane.

Segno, questo, di una becera e persistente condizione di colonialismo culturale e politico della classe pseudo-dirigente e dei partiti politici dominanti. Quella siciliana fu la prima in Europa delle grandi rivoluzioni che, per antonomasia, caratterizzarono il 1848 come l’anno “rivoluzionario”. Quella siciliana è ricordata anche come la rivoluzione più organica e più ricca di contenuti, di fatti, di idee e di apporti democratici.

Rivendicò, ovviamente e con priorità assoluta, il diritto all’indipendenza e al riconoscimento dell’identità nazionale del popolo siciliano che in realtà nessuno, allora, metteva in dubbio. Neppure i nemici. Ma che tutti volevano conculcare. La costituzione siciliana riaffermò il principio della rappresentatività popolare del parlamento e della “superiorità” della volontà del parlamento rispetto al potere esecutivo e alle prerogative dello stesso re. Dichiarò la “immodificabilità” della scelta indipendentista.


Lo Stato siciliano mostrò la propria disponibilità ad accettare proposte confederaliste con altri Stati d’Italia e d’Europa, alla condizione però che questi rispettassero la costituzione siciliana e l’indipendenza della Sicilia. Fu ribadito il rispetto dei diritti dell’Uomo e dei Popoli. Tutto ciò dimostra pure quanto la costituzione siciliana fosse più avanzata e più completa del tanto decantato “Statuto Albertino” che Carlo Alberto impose nello stesso anno al Regno Sabaudo e che, nel febbraio del 1861, avrebbe imposto anche al neonato Regno d’Italia.

A tal proposito ricordiamo che la Rivoluzione e lo Stato Siciliano, che ne scaturì, furono guidati da Ruggero Settimo che, com’è noto, fu proclamato “Padre della Patria Siciliana” e “Presidente del Consiglio del Regno di Sicilia”. Egli si comportò da vero capo di Stato, in attesa che il Parlamento potesse scegliere con oculatezza il candidato al trono di Sicilia che avesse i requisiti adeguati e che fosse fedele in toto alla costituzione siciliana, a cominciare dall’interruzione definitiva e drastica di ogni legame con la famiglia e con la dinastia d’origine.

Con la resa di Palermo, il 15 maggio del 1849, lo Stato siciliano, dopo una resistenza eroica, veniva sconfitto militarmente e politicamente. Moralmente e giuridicamente restava però in vita. Era avvenuto, infatti, che i Liberali e gli Unitari di tutti gli Stati preunitari, pur mantenendo differenze e ostilità talvolta insanabili al proprio interno, avevano visto come un pericolo pubblico e come una bestia nera l’indipendenza e la sovranità della Sicilia e avevano salutato come un “Salvatore della Patria” (quella italiana) il re Ferdinando II di Borbone, incitandolo a rioccupare la Sicilia.


Questa iniziativa ebbe il placet e un input dal governo di Sua Maestà Britannica, il quale ormai nutriva, a sua volta, diffidenza verso una Sicilia indipendente poiché in contrasto col progetto già definito di uno Stato “monolitico e centralista” che andasse dalle Alpi al centro del Mediterraneo e che fosse affidato al più spregiudicato dei regnanti d’Italia: Vittorio Emanuele di Savoia. Uno Stato (il futuro Regno d’Italia) “vassallo”, destinato cioè a garantire gli interessi inglesi in Europa e nel Mediterraneo.

Ruggero Settimo, per evitare di cadere nelle mani del nemico, si recò a Malta (territorio sotto la sovranità britannica) con la nave da guerra inglese Bulldog. Nel porto della Valletta venne accolto con tutti gli onori di un capo di Stato. Lo statista siciliano morì poi a Malta nel 1864, dopo avere rifiutato la nomina a presidente del Senato del Regno d’Italia che gli era stata offerta nel 1861 anche per fargli dimenticare il proprio passato e quello della Sicilia.

Riteniamo che sia indispensabile il recupero di questa parte importante della storia del popolo siciliano, anche per comprendere e per fare comprendere meglio le ragioni storiche, politiche e giuridiche della specialità dello Statuto Siciliano di Autonomia.

Ragioni che diventano ancora più valide e attuali nella prospettiva dell’area Euro-Mediterranea di libero scambio e nella speranza di costruire una Europa nella quale abbiano diritto di cittadinanza i Popoli e le Nazionalità che, pur avendo temporaneamente perso la rispettiva sovranità, rappresentano tuttavia quei valori sui quali trovano fondamento la civiltà e l’identità stessa dell’Europa del terzo millennio.


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