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Federico III, il grande re di Sicilia, muore a 65 anni

Federico III

FEDERICO III

Morì il 25 giugno del 1337 all’età
di quasi sessantacinque anni,
dopo più di quarant’anni di regno

Per i Siciliani era un padre, un fratello, un figliuolo

di Corrado Mirto ©

Gli ultimi anni di regno di Federico III sono contrassegnati da una situazione di stanchezza e di crisi; è svanita l’illusione di una vittoria risolutiva mentre la crisi economica, alimentata dalle distruzioni e dalle spese della guerra, attanaglia il paese.

I segni premonitori si sono visti nel ritardo dei feudatari a presentarsi alla chiamata alle armi per la spedizione in soccorso di Ludovico il Bavaro e nelle sempre maggiori difficoltà che si incontrano a reperire i fondi necessari per condurre la guerra. La Sicilia si ripiega in se stessa e bada soltanto a difendersi mentre la sua nobiltà diventa sempre più inquieta e rissosa.

E di un fatto clamoroso avvenuto fra i Chiaramonte e i Ventimiglia ci occuperemo perché caratteristico di una mentalità che si andava diffondendo tra i feudatari e perché le sue funeste conseguenze si faranno sentire anche negli anni di regno di Pietro II.

Nel 1315 il conte Francesco Ventimiglia aveva sposato la figlia del conte Manfredi Chiaramonte, Costanza, sorella di Giovanni II. Sembrava che questo matrimonio dovesse rinsaldare i legami fra le due potenti famiglie e invece fu la causa di discordie e rovine; infatti, il Ventimiglia, non avendo avuto figli dalla moglie, otteneva il divorzio intorno al 1325 da papa Giovanni XXII e sposava l’amante.

Il fratello di Costanza, Giovanni II, pieno di rancore, lasciava la Sicilia e si recava al servizio di Ludovico il Bavaro; fallito il tentativo dell’imperatore in Italia, ritornava nell’Isola con una scorta di Tedeschi e nell’aprile del 1332, avendo incontrato il cognato in una via di Palermo, lo faceva assalire dal suo seguito. Il Ventimiglia, sanguinante, trovava rifugio nella reggia.

Il Chiaramonte, chiamato in giudizio, non compariva ed era costretto all’esilio. Si ritirava nei suoi possedimenti deciso a resistere con le armi, ma poi cedeva ai consiglieri di moderazione fra i quali era la regina Eleonora e andava esule presso l’imperatore.

Intanto, dopo qualche anno di sosta, tornavano gli Angioini a molestare la Sicilia. Nel marzo del 1333 occupavano per tradimento, con un colpo di mano, il castello a mare di Palermo che veniva poi recuperato un mese dopo. Nell’aprile dello stesso anno devastavano il territorio di Licata e Butera.

Un’altra grande riforma che lo “Stupor Mundi” avviò furono nel 1231 le Costituzioni di Melfi, cosiddette “Liber Augustalis”, che non facevano altro che accentrare il potere nelle mani dell’imperatore cioè su se stesso.

Nel 1335 veniva preparata una grossa offensiva contro la Sicilia alla quale partecipava, con il titolo di vicario di re Roberto in Sicilia, Giovanni Chiaramonte divenuto traditore dopo che erano falliti i buoni uffici dell’imperatore per fargli revocare la condanna all’esilio; nel giugno la spedizione, forte di 60 galee, di molte navi da trasporto e di mille cavalieri, investiva Brocato.

Riuscito vano l’assalto, si dirigeva, devastando, verso la parte meridionale dell’Isola; assediava invano Licata e, tornando indietro, saccheggiava i territori di Agrigento, Sciacca, Marsala e Trapani; puntava poi verso Palermo ma, poiché nel porto vi erano navi siciliane e aragonesi, rinunziava al tentativo e rientrava a Napoli.

Il Chiaramonte, responsabile di una impresa che non aveva dato i frutti sperati né aveva ricevuto in Sicilia gli appoggi che il vicario di re Roberto era convinto che la sua presenza in Sicilia avrebbe assicurato, lasciava la corte angioina e tornava presso il suo imperatore protettore.

Frattanto, Federico III si avviava verso la fine della sua giornata terrena.

Nel maggio del 1337 era partito da Palermo per raggiungere Enna dove contava di passare l’estate; ma durante il viaggio si ammalava gravemente. Rendendosi conto della fine imminente, dettava le sue ultime volontà e chiedeva di essere trasportato a Catania presso le reliquie di Sant’Agata alla quale era particolarmente devoto.

Il triste corteo si snodava per le strade della Sicilia in mezzo al dolore delle popolazioni e al superstizioso terrore provocato dall’apparire di una cometa.

Tra Paternò e Catania, il sovrano si aggravava e spirava il 25 giugno del 1337 all’età di quasi sessantacinque anni, dopo più di quarant’anni di regno. Di notte la salma veniva portata a Catania; composta nel castello Ursino, riceveva l’ultimo omaggio da una folla in lacrime e veniva sepolta nel duomo della città.

Giustamente, di lui poteva dire il figlio comunicando ai Siciliani la sua morte: «Non è più tra i vivi il glorioso principe che per tanti anni vi ha difeso dagli assalti ostili; che ha fatto sì che non si diventasse schiavi dell’antico nemico. Egli era per voi un padre, un fratello, un figliuolo».

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