Cacciano via i Siciliani

Cacciano via i Siciliani

I bastimenti per la ‘Merica, i Treni del Sole,
Mirafiori o Charleroi… Si ricomincia.

Questa classe politica ci vuole ributtare nel passato cacciandoci via dalla Sicilia.

di Eugenio Preta

Sono già in decine di migliaia i greci che hanno abbandonato la loro terra per l’Australia, nella speranza di sfuggire alla crisi economica cha ha gettato la patria di Alessandro Magno nelle spire dei poteri forti che si stanno spartendo, quelle isole degli dei, all’oncia. Anche in Sicilia centinaia di giovani prendono quotidianamente treni e aerei per fuggire via a cercare fuori dall’isola quelle opportunità di vita e di lavoro che una casta di politicanti continua a negare loro, attenta molto più a guarentigie e privilegi che all’avvenire di quelli a cui hanno carpito il voto e la dignità. E qui sta l’inghippo: sappiamo che ci vogliono fottere ma continuiamo a farci fottere e… partiamo. Da noi però non si parla di nuova emigrazione, non ci si scandalizza di un’eccezione che conferma la regola e si continua a tessere articoli sui presidenti della Regione Siciliana o sui futuri candidati sindaco di Palermo. Altro che storie di vita e di emigrazione. Ma tanto, chi se ne frega!

Leggere le lettere poi di quelli che devono andarsene, e che poi rimpiangono l’isola e i suoi panorami, ci fa proprio ridere e la dice lunga sull’ignavia dei nostri conterranei, sempre proni e pronti a fuggire piuttosto che armarsi di coraggio e dignità e mettere fine all’esodo, al caos, alla infinita diaspora siciliana. Poi si riuniscono pure numerosi nei monolocali condominiali in cui vivono per festeggiare con parenti e amici che li hanno raggiunti nei Nord lontani. Riescono pure a cucinare arancini e braciole, sbucciare arance e mandarini che hanno portato dalla Sicilia ma non ripensano minimamente a quello che hanno perso e ai surrogati che sono costretti a inventarsi per sopravvivere alla nostalgia e al disagio di vivere lontano dal posto in cui sono nati e dove continuano ad avere affetti e sentimenti, mentre sarebbe molto più semplice dire basta e iniziare con dignità un cammino a ritroso che li possa riportare a casa loro, nell’isola, ricreate là condizioni di sviluppo e lavoro.

Invece niente. Sembra di rivedere storie già vissute: i bastimenti per la ‘Merica, i Treni del Sole, Mirafiori o Charleroi, a dimostrazione che la storia si morde sempre la coda e ricomincia i suoi corsi e ricorsi se non si sa dire basta e tagliare di netto quel triste ingranaggio dell’esasperazione. Ma il siciliano non si esaspera, solo fugge laddove pensa di poter stare meglio. È nella sua natura, si piega alle situazioni difficili, come il giunco, aspettando che passi la piena. È poco coraggioso e, poco onorevolmente, prende calci in faccia anche se poi riesce ad acquistare rispetto e merito laddove un destino obbligato gli ha posto “amaro pane a rompere”.

Però soffre e spesso si sacrifica, paga sulla sua pelle, suscita rispetto e ottiene soddisfazioni, sempre postume però, mai vita natural durante. Ma perché non riesce a spezzare questo cerchio maledetto della sofferenza, del dolore, della partenza, della nostalgia e accetta supinamente che altri lo obblighino alla diaspora? Certo poi ci scriveremo sopra poesie e prose strappalacrime. Ma intanto partiamo, soffriamo e patiamo mentre avremmo la possibilità di trovare in loco la nostra felicità se soltanto riuscissimo prima a prendere a calci questa casta che ci ha affamato e poi girare per davvero pagina alla nostra storia.

E non ci sarebbe bisogno di prendere occasione dall’incapacità di un governo italiano illegittimo, nominato da un anziano signore che obbedisce alle direttive di un’Europa scoppiata nella sua stessa moneta, per annunziare (come fa la Lega Nord) esercito, moneta e secessione. Potremmo farlo, noi Siciliani, automaticamente, solo mettendo in atto il nostro statuto di autonomia che (per la Sicilia) esercito, moneta e indipendenza le ha insite già da quasi 70 anni, senza inventarci frottole e storie padane che per noi non esistono e non hanno bisogno di inventarsi. Invece accettiamo di partire, accettiamo l’esilio, pronti poi a scrivere lettere strappalacrime quando intravediamo lo Stretto delle meraviglie, il pilone di Punta Faro. Ma non riusciamo a ribellarci e accettiamo in silenzio e senza dignità che la casta dei vari politici siciliani continuino imperterriti a distribuire quel biglietto che caccia noi dall’isola, ma consente loro di prolificare e moltiplicarsi nella sugna del potere.

Pubblicato su L’Ora Siciliana n. 2 (Maggio 2015) Scarica il pdf

 

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