L'Ora Siciliana

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Ricerca storica

Mafia e camorra hanno un papà. Si chiama Garibaldi

Mafia e camorra e Garibaldi

Mafia e camorra hanno un papà.
Si chiama Peppino Garibaldi

Mafia e camorra con Garibaldi fanno un salto di qualità

Giuseppe Scianò ©
Coordinatore Centro Studi “Andrea Finocchiaro Aprile”

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Al fine di evitare che ogni volta le commemorazioni della nascita di Giuseppe Garibaldi si trasformino in una riproposizione di quell’agiografia risorgimentale, che dal 1860 in poi è servita per alienare culturalmente il Popolo Siciliano e i Popoli del Mezzogiorno d’Italia, riteniamo doveroso ricordare, seppure sinteticamente e in ordine cronologico, i fatti che caratterizzarono la conquista, appunto, della Sicilia e del Mezzogiorno, nel più severo rispetto della verità storica.

Iniziamo con la partenza della cosiddetta Spedizione dei Mille. Con una sceneggiata mal recitata (ma che è il preludio di tante altre commedie e purtroppo anche di tragedie che avrebbero caratterizzato la conquista del Sud), la sera del 5 maggio del 1860 un manipolo di “audaci”, guidato da Nino Bixio fece finta di “rubare” alla Compagnia Rubattino due grossi piroscafi che stavano lì, placidamente alla fonda, destinati a essere catturati dai futuri Padri della Patria e opportunamente riforniti di tutto compreso il plenum dei rispettivi uomini di equipaggio che, a loro volta, fingevano di dormire.

I due grossi piroscafi, il Lombardo e il Piemonte, in verità erano stati già profumatamente pagati agli armatori e acquistati dal Governo di Torino proprio per l’impresa dei Mille. E di fronte alle banchine deserte del porto di Genova (dal quale era stata fatta allontanare la polizia portuale), quelle navi non avevano aspettato altro che di essere “assaltate”. Furono così prelevate facilmente per essere portate nei pressi della borgata marittima di Quarto con i marinai addetti, i quali facevano intanto finta di essersi svegliati e si dichiaravano pronti a giurare fedeltà e obbedienza all’Eroe Nizzardo. E alla Causa dell’Occupazione del Sud.

Si evidenziò subito che i piloti erano maldestri. La partenza fu più complicata del previsto e i nostri eroi (si fa per dire) percorsero le pochissime miglia lentamente e arrivarono con alcune ore di ritardo all’appuntamento con gli altri garibaldini. Altrettanto lento fu l’imbarco con tante barche e barchette che traghettarono i nostri eroi dalla costa ai piroscafi. La complessità delle operazioni non ci devono fare trascurare il fatto che la partenza dei Mille, così come lo era stato il loro raduno a Quarto e nei dintorni, fu semplicemente spettacolare.



La Gran Bretagna aveva già preparato il progetto di conquista del Sud.

Garibaldi si comportò come una star dei nostri giorni. Una grande folla assistette alle varie fasi delle operazioni. Niente di male e niente di strano, se giornali e dispacci diplomatici e gli storici ufficiali contemporanei non avessero detto e non dicessero che il tutto si era svolto nella massima segretezza e senza che lo sapessero Cavour e Vittorio Emanuele di Savoia.

Le due navi, per precisa disposizione di Cavour, vennero poi seguite a debita distanza (con un atteggiamento che ufficialmente sembrasse di “inseguimento” ma che, di fatto, fosse di scorta) dalla flotta militare sabauda comandata dall’Ammiraglio Carlo Pellion conte di Persano. Bisognava, infatti, far credere all’opinione pubblica internazionale e agli altri Stati europei che il Governo di Torino di quella impresa non ne sapesse nulla. E che anzi era contrario, tanto di avere ordinato di inseguire i pirati che avevano realizzato quel colpo di mano.

Questa prudenza era ovviamente voluta dalla Gran Bretagna che aveva preparato nei minimi particolari il grande progetto di conquista del Sud. E che dirigeva e proteggeva la spedizione passo dopo passo. E che, ad abundantiam, aveva provveduto a fornire Garibaldi persino di una documentazione dalla quale risultava che i due piroscafi fossero diretti a Malta, isola, questa, che aveva lo status di “possedimento inglese”. Il tutto ovviamente per fare sì che un’eventuale intercettazione dei due piroscafi da parte di navi militari del Regno delle Due Sicilie potesse essere vanificata senza grosse conseguenze.

Andiamo ai contenuti morali e ideologici della spedizione. Garibaldi si comportava da Repubblicano e da Liberatore di Popoli? Niente affatto. In data 7 maggio 1860 sul “Piemonte” l’eroe nizzardo legge l’ordine del giorno (vero e proprio proclama) con il quale i Garibaldini vengono inquadrati nel ricostituito Corpo dei Cacciatori delle Alpi. Il “grido di guerra” di questo Corpo è: «Italia e Vittorio Emanuele». Ci sia consentito di ricordare che fin da quel momento i Popoli del Sud erano, pertanto, “destinati” a essere asserviti alla dinastia dei Savoia e alla incorporazione nel loro Regno.

Aggiungiamo che tutti i provvedimenti, belli o brutti, che avrebbero detto tutto e il contrario di tutto, che Garibaldi avrebbe emanato (compreso quello in cui a Salemi si sarebbe autonominato dittatore) avrebbero avuto l’intestazione “Italia e Vittorio Emanuele”. Come il Governo di Londra gradiva, e come forse aveva imposto di fare, affinché niente e nessuno potessero intralciare il disegno di creare uno Stato Italiano monolitico, centralista, che andasse dalle Alpi al centro del Mediterraneo nell’ambito della strategia internazionale dell’Impero della Gran Bretagna.

Continuando a parlare dei principi morali e politici strombazzati dagli storici del regime, diciamo subito che, come sempre nella sua vita, «Garibaldi è e vuole essere al servizio di Vittorio Emanuele di Savoia e della causa monarchica. È e vuole essere al servizio degli interessi del governo di Londra che gli manderà continuamente uomini e mezzi e anche veri militari e veri consiglieri».

Mafia e camorra ringraziano Garibaldi e lo aiutano.

È notorio ed è documentato inoltre che i servizi segreti inglesi avevano da tempo lavorato in profondità per l’Unità d’Italia e per l’ingrandimento del Regno Sabaudo, contando e investendo anche finanziariamente (oltre che sui traditori che si annidavano nelle strutture militari e civili dello Stato delle Due Sicilie) sulla Camorra e sulla Mafia (o meglio Maffia, come si diceva allora), le quali benemerite associazioni a delinquere avrebbero così compiuto quel salto di qualità che avrebbe consentito loro di occupare le istituzioni e di condizionare lo sviluppo e la crescita della società civile. Assicurando comunque il crollo e la subordinazione del Sud. Fino ai nostri giorni.

Francamente non ci sembra, questa, un’opera di alto valore morale. Aggiungiamo che i “Picciotti di Mafia”, pur essendo impresentabili, con la loro semplice esistenza e con i loro delitti infami,  avrebbero addirittura legittimato l’occupazione della Sicilia da parte degli eserciti Anglo-Piemontesi-Garibaldini e la riduzione in colonia interna di sfruttamento della stessa Sicilia.

Analoghi fatti avvennero nella parte continentale del Regno delle Due Sicilie, dove la Camorra, la ‘Ndrangheta e le consorterie similari riuscirono talvolta a fare di peggio. Questi fatti, dei quali abbiamo sommariamente parlato, sono soltanto la premessa del dramma della conquista del Sud e della Sicilia che tanto lustro avrebbe dato a Garibaldi, a Vittorio Emanuele, a Cavour e a tanti loro ineffabili compagni di… gloria e di merende.

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2 commenti a “ Mafia e camorra hanno un papà. Si chiama Garibaldi ”

  1. Giovanni Palazzolo ha detto:

    La mafia ha avuto una sua origine e avrà anche una sua fine… Ora la Sicilia ha bisogno di sopprimere quella sottocultura mafiosa profondamente radicata nel tessuto sociale. Questa è la vera priorità della Sicilia, evolversi socialmente e culturalmente, sopprimendo la sottocultura mafiosa e l’omertà ancora diffusa su tutto il territorio siciliano.

  2. Guido Ascheri ha detto:

    Avevo letto che la spedizione di Garibaldi fosse destinata a riconquistare i giacimenti di zolfo, allora controllati dagli inglesi.
    Nessuna previsione di sconfinare in Calabria ma la conquista fu cosi’ esaltante che il Garibaldi prosegiu di sua iniziativa.
    Per il resto siamo d’accordo: una bufala.

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